DISSOCIAZIONE
di ENZO COSTA

"Credo di avere diritto di rifarmi una vita". Il "credo" cerca di sottolinearlo con la voce. E si martirizza le dita della mano sinistra con le unghie della mano destra. E si è vestita di scuro per sentirsi austera, o forse - non sa bene - per provare che lo è. E vedendosi nel monitor subito non si riconosce, poi si vergogna, e teme e spera che si noti. Specifica "scritto maiuscolo" e "scritto minuscolo" quando parla della storia di vent'anni prima e della sua storia di oggi, ma le sembra che la distinzione sia troppo comoda. E vorrebbe correggersi, ma capisce che parlando molto potrebbe risultare sgradevole, e allora tace, e attende che le chieda del suo rapporto con la figlia, e invece le chiede all'improvviso cos'ha da dire ai parenti delle vittime, e lei se l'aspettava come ultima domanda, e così la voce le trema mentre dice "non ci sono parole per lenire il dolore", e la cosa un po' le fa piacere fino a che non si vergogna che glielo faccia.
Si alza dal letto e si avvicina
al televisore. Questa volta era stato lui la vittima di un ricatto. Quello -
spietato - del tempo: gli anni in cambio delle diottrie. Quindi potrebbe
essersi sbagliato. Ma gli basta sentirla parlare per convincersene: è lei.
Appena più in carne. L'ultima volta l'aveva vista al processo, cinque o sei
anni prima. Si erano salutati da lontano, con consumata freddezza. Ricoprivano
ruoli complementari indossando una pesante corazza di pudore, anche se lui faticava
di meno: in fondo si trattava di ripetere la parte di sempre, con qualche
manierismo in più. Lei aveva più margini di improvvisazione, il che sembrava
preoccuparla. Forse è il divano da finto salotto radical-chic con quei ridicoli
cuscini arabescati, o l'atteggiamento disinvolto, morboso e compassionevole
della conduttrice, ma lui avverte una sensazione precisa: di schifo. Lei lì
dentro gli fa schifo. Soprattutto quando dice "voglio rifarmi una
vita". Lo schifo lo fortifica. E' sempre stato così: è diventato quello
che è, ha sparato e rivendicato senza mai provare angoscia o paura, solo grazie
allo schifo. E ora quello schifo è tornato. Mentre si sdraia di nuovo sul letto
della cella si sente meglio. Persino la vista è migliorata.
"Cambia canale!" grida
al marito "è un'indecenza! è quella che ha sparato a Giangi, ne sono
sicura! Pretende di rifarsi una vita, la pistolera pentita! L'assassina si è
mascherata da signora perbene! e il nero le dona!". Il marito mette sulla
pay tv, c'è un film in costume. "Meglio quelli che marciscono in galera,
almeno sono coerenti" dice Jessica, la figlia sedicenne. La madre - fiera
di sé e di lei - la stringe con un braccio: si è fatta grande. Lo sguardo del
padre condivide. Cemento a presa rapida a base di sdegno familiare.
Da allora non guarda più la
televisione. Chi un giorno ti ha portato cattive notizie preferisci non
rivederlo perché ti farebbe ritornare a quel momento. Ha allevato da sola suo
figlio insieme al suo dolore. Da entrambi trova ragioni di vita, specialmente
dal secondo.
Ora c'è la domanda sul rapporto
con la figlia. In testa ha: normalità nell'eccezionalità, riavvicinamento senza
dimenticanza, esempio del cattivo esempio, serenità temperata dalla
consapevolezza di ciò che è stato. Vorrebbe dirlo, e spiegarlo, e dimostrarlo,
e crederci, ma non ci riesce, e pensa che non ci riuscirà mai. Sori, qualche anno fa..
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