INFATTI/OPPURE
di ENZO COSTA

"Infatti": una parola che ripeteva sempre. Sistematicamente. Inesorabilmente. Come un tic linguistico, un vizio lessicale, una compulsione fonetica. Qualunque cosa io affermassi lui replicava in quel modo: "Bella giornata" "Infatti". "Il gioco a zona è stato mitizzato a dismisura" "Infatti". "Il decostruzionismo di Derrida va distinto nettamente dal pensiero debole di Vattimo" "Infatti". Lo trovavo insopportabile. Un giorno glielo dissi pure: "Ti trovo insopportabile col tuo dannatissimo 'infatti'!" "Infatti", replicò prontamente.
Ma perché non digerivo quella congiunzione? Non tanto per la sua scansione ossessiva. Mi disturbava molto di più ciò che quelle sette lettere rivelavano: un senso di saccenteria. Un'ostentazione di conoscenza. Una sicumera assoluta. Nulla poteva stupirlo, meravigliarlo, coglierlo di sorpresa: i miei stati d'animo, le mie opinioni, i miei pensieri più bizzarri e reconditi - una volta enunciati - venivano ridotti all'istante a pure ovvietà. Quelle tre maledettissime sillabe stavano per "lo sapevo benissimo", "è un'idea scontata", "sono cose risapute, non è neanche il caso di parlarne". Ecco cos'era il suo insostenibile "infatti": un'implicita accusa di banalità. Un malcelato rinfacciarmi di essere prevedibile. Una subdola denuncia della mia scarsa originalità di pensiero. O perlomeno della mia lentezza di elaborazione: avevo un bello sforzarmi nel formulare concetti astrusi o innovativi, potevo scervellarmi quanto volevo per partorire tesi ardite o fantasiose. L' "infatti" che immancabilmente ne seguiva voleva dire: "sei ancora lì? io ci sono già arrivato da tempo". Da giorni. Da mesi. Da anni.
Ero in ritardo. Un ritardo incolmabile. Tra me e lui, un'immensa voragine. Che cresceva ad ogni "infatti". Meglio tacere. Qualsiasi altra parola sarebbe stata deleteria. Avrebbe ulteriormente dilatato l'abisso. Meglio agire. Sorprenderlo con i fatti, visto che era impossibile farlo con i vocaboli. E quale fatto più sorprendente di un omicidio? Sì, dovevo ucciderlo. Era l'unico modo per liberarmi definitivamente dall'ossessione dei suoi "infatti".
Entrai di soppiatto in casa sua. La porta - fortunatamente - era aperta. Con il cuore in gola e il machete in mano mi avvicinai in silenzio alla poltrona su cui si era appisolato. Ma in realtà non stava dormendo: era morto. Si era sparato un colpo alla tempia. Sullo scrittoio aveva lasciato un biglietto con una sola parola: "Infatti".
E' banale. Incredibilmente banale. E lento. Insopportabilmente lento. "Banalento": così l'ho definito un giorno in cui non ero troppo creativo dal punto di vista linguistico. Tanto per dare un'idea della sua turpe natura di individuo mediocre e anacronistico. Prevedibile e antiquato. Scontato e superato. Uno che rincorre disperatamente e inutilmente il flusso delle idee, lo scorrere dei pensieri. Perennemente staccato. Eternamente distanziato. Per usare un'immagine nient'affatto originale, un ciclista che arranchi dalla prima all'ultima tappa tra i ritardatari. Anzi no: che arranchi da solo. All'inseguimento - vano - dei ritardatari. E che però non si renda conto della sua situazione di gara: eccolo, incede in ultima posizione pavoneggiandosi come fosse in testa. Spinge sui pedali e ogni tanto si volta indietro, come se si sentisse braccato dagli inseguitori. E invece è ultimo. Irrimediabilmente ultimo. Il fanalino della retromarcia che si crede un abbagliante, se mi passate la facile metafora automobilistica.
Pensate che giorni fa mi ha intrattenuto sulla differenza tra Derrida e Vattimo con l'aria di chi stesse annunciando chissà quale sconvolgente novità nel campo della critica filosofica. Qualche tempo prima ha addirittura contestato l'esaltazione del gioco a zona: mi scuso per lui per l'offensiva lapalissianità (se perdonate lo scontato neologismo) della riflessione. E per questioni di buongusto tralascio le sue rivoltanti ovvietà in tema meteorologico.
Il bello è che mi trova insopportabile. Sai che scoperta! Che io sia un essere antipatico, ributtante e spregevole lo penso dal dicembre del '75. Ci voleva lui a stabilirlo: un pensatore fuori tempo massimo, come lo definii (con una certa banalità) nel lontano agosto del '69.
Già, il lontano agosto del '69: sono oltre trentatré anni che - ogni giorno - mi ossessiona con le sue intuizioni scadute. Mi tortura con le sue illuminazioni ritardate. Mi molesta con le sue folgorazioni riscaldate. E desolatamente prevedibili.
A proposito: tra poco dovrebbe essere qui. Come al solito è in ritardo. Quasi che voglia ribadire nei comportamenti il suo status concettuale. Ma eccolo, sta arrivando. Ha parcheggiato qui sotto con un'ovvia conversione a U. Scommetto che ora viene su prendendo banalmente l'ascensore e premendo ancor più banalmente il pulsante del terzo piano.
So già che mi fa visita con il seguente, scontatissimo scopo: evidenziare il nesso che c'è tra l'assoluta vanità delle parole e la sublime bellezza dell'omicidio. Roba vecchia, dell'84. Io sono oltre: sull'inutilità dei vocaboli non ci piove. Ma il legame è con l'ineffabile poeticità del suicidio.
Ho lasciato la porta aperta. Tanto per spiazzarlo.
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7) Una tragedia simultanea NEW