Da Costa a Costa

(il lato oscuro dell'umorista)

  MISTER

 

 

             Il sabato pomeriggio faceva irruzione nello spogliatoio con sottobraccio la preziosa lavagnetta. La tela nera sulla quale deponeva le sue bianche geometrie d'autore: triangoli scaleni i cui vertici erano definiti regista statico e punta guizzante; rette che univano due punti detti terzino e ala; parabole denominate cross inscritte nell'ascissa linea laterale e nell'ordinata linea di fondo. Era lui, il calcio-spettacolo. La body-art versione pre-partita. I ragazzi assistevano ora ammirati ora stupefatti a quelle strepitose performances muscolari di astrattismo applicato al pallone: graffiti automatici dettatigli dallo Spirito della Tattica che lo pervadeva inesorabilmente gettandolo ogni volta in una trance infervorata, da ossesso che ha messo in fuga l'esorcista. Vedeva l'imminente partita con la malata lucidità di un invasato, immortalandola in forsennati segni grafici che i giocatori dovevano poi personificare in campo. Raramente l'interpretazione risultava adeguata, ma lui non se ne doleva: la fallibilità del suo reparto difensivo non inficiava l'esattezza visionaria dei suoi tracciati gessosi. Anzi: la esaltava. Lo stesso per la moralità non adamantina di una terna arbitrale. Una volta che presero un gol dopo l'ingiusta espulsione del capitano, si librò di mezzo metro dalla panchina esultando come se avessero appena conquistato la Champions League. La pressoché simultanea traduzione arbitrale fu "gesto ironico": espulso pure lui, che varcò spedito gli spogliatoi tra il mormorante sconcerto dei tifosi e la sua inarginabile euforia. "Ma ti squalificheranno!" lo redarguì il massaggiatore "Meglio: avrò più tempo per disegnare alla lavagna, invece che perderlo a scaldare la panchina". Non gli importava che gli avversari avessero la meglio ma che lui teoricamente avesse ragione. Non aveva niente da rimproverarsi: con il Fato non c'era partita. Forte della convinzione che quegli schemi epifanici - se correttamente applicati dai suoi e non sabotati dalla malafede di un direttore di gara o dalla venalità di un guardalinee - gli avrebbero garantito la vittoria, assorbì con assoluta impassibilità la retrocessione in promozione.

               Meno imperturbabile si dimostrò alla notizia che sua moglie lo tradiva con un contabile di Bellinzona. Da un giorno all'altro, senza alcuna avvisaglia se non quella di una leggera zoppia, mollò la squadra, disertò il lavoro, ruppe con gli amici, ignorò i nemici. Si mise a scolare a casaccio damigiane di lambrusco. Poi passò ai superalcolici, che secondo testimoni attendibili tracannava a garganella. Infine, procedendo a zigzag, sparì di scena. Fu dato per morto o - peggio - per disperso.

               Dopo qualche tempo riapparve dal nulla in ottime condizioni: una tersa mattina di giugno, verso le otto e trequarti, lo videro entrare con sguardo penetrante e piglio deciso nella villetta a schiera della sua ex consorte. Che si fosse messo a salutare uno a uno i nanetti in giardino era una stupida illazione, mentre è quasi certo che avesse una lavagnetta sotto il braccio.

 

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