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2) Conversazione per voce sola NEW! |

In altri casi aveva funzionato. "Una voce familiare può solo far bene: non c'è una spiegazione scientifica, ma è certo che spesso favorisce il risveglio". Parole di primario, mescolate all’odore acre di disinfettante che lo aveva stordito quella mattina, quando si era precipitato all'ospedale con la solida speranza che i medici lo liberassero dalla disperazione: "coma profondo" la diagnosi terribile, resa ancora più angosciante dalla desolazione del posto dov'era risuonata: un corridoio buio, muri scrostati, infermiere sciatte o peggio di una bellezza incondizionata che in quel luogo di orrori sembrava blasfema. E poi quell'insopportabile puzzo di ammoniaca che prendeva alla gola: all'improvviso e per la prima volta si era sentito schiacciato dal Male. Poi, un attimo dopo, il peso si era già alleggerito: c'era una via d'uscita: la voce familiare. La sua voce, così roca e sgraziata, trasformata in strumento di salvezza. Avrebbe riportato alla vita suo fratello Tommaso.
Ora l'ammoniaca non la sentiva più: il naso si era assuefatto. Come i suoi occhi allo squallore che li assediava. Come lui alla sua mansione di parlatore ospedaliero. Lui che a Tommaso aveva sempre offerto una diligente disattenzione, preso com'era dalla sua vita, dal suo bisogno assoluto di fare e di farcela, ora se ne stava seduto su una poltroncina sudicia e sfondata per intere nottate a tenere forsennatamente in vita un assurdo dialogo solitario. Impermeabile alla stanchezza, al sonno, al non reagire di Tommaso, a tutto fuorché alla sua fame di dire, una fame che ogni notte cresceva alimentandosi con le parole. "Ieri il capo mi ha fatto i complimenti: trenta polizze in una settimana, è un record. Guidi mi ha dato un'occhiataccia piena di invidia. Ti confesso che mi ha fatto piacere: vederlo soffrire è stata una grande soddisfazione, l'attendevo da un anno. Da quella volta che aveva cercato di fregarmi con la storia delle spese per le trasferte: te ne ho parlato la scorsa settimana, era stato lui a far notare che i conti non tornavano. E per poco non ci perdevo il posto. Dovresti conoscerlo, Guidi: pensa solo a fregarti. Specialmente se vali più di lui. Mi sono convinto che arriva a sparlare di te con i clienti. Io faccio altrettanto nei suoi riguardi, perché sai come sono fatto: non perdono, contraccambio con gli interessi. Ti ho mai raccontato di quando l'ho fotografato al bar con la Ravizza? La moglie dopo una settimana ha chiesto la separazione, si vede che le mie foto erano, come dire? efficaci...". Qualche volta, senza interrompersi, si alzava, e percorreva avanti e indietro lo spazio ristretto tra i piedi del letto e la porta, ormai perfettamente aderente all'ambiente, alla situazione, alla sua nuova condizione, come se nella sua vita non avesse fatto altro che respirare ammoniaca e passare le notti in una gelida stanza d'ospedale a raccontare per ore le sue storie di lavoro ad un fratello steso inerme su un letto con stampata in faccia la propria assenza. I lamenti manipolati dai sedativi che venivano dalle altre camere lo sfioravano appena: erano un lieve rumore di fondo, pressoché impercettibile. "Quest'anno niente ferie. Posso farne tranquillamente a meno. E' più importante che continui a dimostrare quello che valgo, ora che stanno iniziando a capirlo. E poi lavorare d'agosto può essere divertente: meno colleghi, meno competizione, meno stress. E più possibilità di farsi apprezzare dal capo: tempo fa si è commosso ricordando che Poliniello, quello che è andato in pensione, d'estate lavorava sempre. Quel giorno, nell'ordine, ho disdetto la prenotazione per il Kenia, ho rotto al telefono con Valeria e mi sono consultato con un tecnico sulla possibilità di apportare modifiche fondamentali all'impianto di condizionamento". Come al solito in corridoio gli zoccoli dinamici dell'infermiera delle sei prendevano il posto di quelli indolenti dell'infermiera della notte. Tra un paio d'ore come al solito avrebbe iniziato a lavorare. Come al solito avrebbe dormito qualche ora dopo cena. Poi come al solito la notte all'ospedale. "Non è che lo stimi, il capo. Nemmeno lo detesto, però. Diciamo che lo studio. E' importantissimo conoscere i suoi gusti, gli interessi, le manie. E le fobie: ho scoperto che odia il colore grigio. Questa giacca la porto qui, ma prima di andare in ufficio la cambio: il cesso del bar è la mia cabina di Superman. Quando vedo Guidi col suo completo cenere ti giuro che godo come una scimmia. E poi il capo adora le caramelle mou: ogni dieci giorni faccio la scorta, è basilare averle sempre disponibili. Gliene offro una nel primo pomeriggio, quando è quasi intrattabile: la sta ancora sfasciando che è già più sereno. Me ne infilo una in bocca anch'io, come dire, partecipo al rito, ma appena si allontana salutandomi con una gentilezza che ha dell'incredibile, la sputo nel cestino: mi fanno schifo, le caramelle mou...e ti ricordi di quella volta che siamo andati a pescare?". Quando entrava l'infermiera sentiva che doveva cambiare discorso, rievocare la loro infanzia, rappresentare a parole una tipica complicità fraterna. Per fronteggiare quelle incursioni improvvise aveva predisposto mentalmente diversi incipit: "non dimenticherò mai quando ci siamo nascosti nel solaio" "e la volta che ti ho buttato vestito in piscina?" "ce la spassavamo proprio, da zio Mario!" "a salire sugli alberi mi battevi!". Ne sceglieva uno a caso, il repertorio era vastissimo. Frasi brevi ma suggestive: un'immagine nitida e immediata, che persuadesse subito l'intrusa di un'intimità emotiva da non violare. Così l'infermiera sbirciava appena il paziente, e subito se ne andava, un'uscita frettolosa che era un'imbarazzata ammissione di estraneità. "Chissà se un giorno le offriranno a me, le caramelle. Niente mou, si intende: pastiglie balsamiche alla menta. L'idea sarà cretina, ma ho pensato questo: quando un sottoposto mi passerà una pastiglia balsamica sentirò nel naso e nella gola il fresco aroma del potere!". Stranamente l'infermiera rientrò: aveva un'espressione attonita, e il giovane medico che la seguiva sembrava preoccupato. Gli bastò un'occhiata: Tommaso era morto.

Uscì sconvolto dalla camera. L'ammoniaca nel corridoio era asfissiante. In ascensore notò con raccapriccio una ditata di sangue sullo specchio. Solo fuori dall'ospedale riuscì a riordinare i pensieri: sarebbe rimasto a casa un paio di giorni. Meglio avvisare personalmente il capo. Era quasi l'ora di apertura. Il tempo di cambiarsi al bar. Prese un caffè e una stecca di caramelle mou.
Da “Linea d'ombra”